Solo due mesi di guerra, meno al netto dell'armistizio in corso, e l'Iran sta consumando Donald Trump. Come suo costume, crede che per negoziare si debba torcere il braccio all'avversario. La pressione lo conduce al deal […]......
Estratto dell’articolo di Stefano Stefanini per “La Stampa”
Solo due mesi di guerra, meno al netto dell'armistizio in corso, e l'Iran sta consumando Donald Trump. Come suo costume, crede che per negoziare si debba torcere il braccio all'avversario. La pressione lo conduce al deal […]
Invece l'Iran ha bloccato Hormuz. Allora Trump si affida a un blocco navale dell'intero Golfo, come leva per costringere l'Iran a più miti consigli. La leva gli permette di prorogare il cessate il fuoco. Accantonate altre opzioni militari – per ora.
Ma anche Teheran si sente forte del controllo dello Stretto. La terza guerra del Golfo è diventata un braccio di ferro fra due blocchi navali. Potentissimo quello Usa – tre portaerei! – artigianale ma letale quello iraniano.
STRETTO DI HORMUZ - PETROLIERE
Il che consente ancora a Teheran di fare il difficile. Troppo per Donald Trump che all'ultimo momento si sfila dai colloqui, pur solo esplorativi, in procinto di tenersi in Pakistan. I due blocchi navali restano.
L'intero Iran è sotto embargo navale. L'esito dipende dalla capacità di Teheran di resistere, e/o di evaderlo. Per Trump, finirà col cedere. Ma il «vanno, no non vanno» a Islamabad, dei suoi due tuttologi negoziatori di fiducia tradisce il logorio mentale del presidente. Con riflessi su tutto lo spettro internazionale di Washington, vedi le aspre critiche e minacce alla Nato, alla Spagna, al Regno Unito.
L'effetto Iran sulla politica estera americana si allarga a macchia d'olio. Per tutta la settimana scorsa Trump l'ha fatta e rifatta. Con l'Iran e con tutti. Chissà cosa avrebbe detto sabato sera ai corrispondenti della Casa Bianca e come. Voleva essere «ruvido» con il discorso «più inopportuno mai fatto».
Evacuato precipitosamente dal salone di gala dell'Hilton Hotel di Washington dopo il tentato attentato, si è invece profuso in complimenti – «fantastic job, beautiful evening» – alla presidente dell'Associazione corrispondenti, Weijia Jiang della Cbs. […]
Curioso, involontario, inaspettato finale della fitta sequenza di entrate a gamba tesa su Iran, Nato, Spagna, Uk, G7, Vladimir Putin al G20, nomina del Presidente della Fed, «buchi d'inferno come Cina e India» (Delhi risentita, Pechino silente).
DONALD TRUMP - CONFERENZA STAMPA DOPO L ATTENTATO ALLA CENA DEI CORRISPONDENTI DELLA CASA BIANCA
Difficilmente ne avrebbe risparmiato gli strascichi ai corrispondenti della Casa Bianca. I quali, dal canto loro, stavano riscaldando i motori per fare ironia, contestargli contraddizioni – al mattino Steve Witkof e Jared Kushner erano in partenza per il Pakistan, il pomeriggio restavano a casa – e chiedergli del calo di popolarità con le elezioni di Midterm sempre più all'orizzonte.
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Altro mistero anche la politica estera, soprattutto alla guerra con l'Iran. Cosa intende con «abbiamo tutte le carte»? La domanda non gli sarebbe stata risparmiata. L'avrebbe evasa: forse non lo sa neanche lui. Le "carte" americane sono la pressione del blocco navale e la minaccia di una ripresa della guerra.
DONALD TRUMP - STRETTO DI HORMUZ
Ma non sono "tutte" le carte fino a che Teheran è in grado di tener chiuso Hormuz, di tagliare un quinto delle forniture di petrolio e gas mondiali, di lasciare l'agricoltura, compresa quella americana, con penuria di fertilizzanti, e di ricattare così l'economia mondiale.
Dalle sparate, spesso in contraddizione fra loro, del presidente americano non è chiaro se egli riconosca la necessità di negoziare un deal accettabile a Teheran che parta probabilmente da una reciproca rimozione dei blocchi navali.
Anche per non cedere sui punti fondamentali del programma nucleare, della consegna dell'uranio arricchito e delle limitazioni ai missili balistici – quelli per cui Trump asserisce di aver iniziato la guerra.
E per l'urgenza di normalizzare navigazione, forniture energetiche e di fertilizzanti e di mitigare gli effetti del dissesto causato a tutto il mondo.
L'avventura iraniana sta diventando l'evento che segnerà la sua seconda presidenza, ben oltre le ricadute sul voto di novembre che tanto lo preoccupano. Donald Trump ha un'incredibile capacità di girar pagina e far dimenticare. Questa volta sarà difficile.
Con l'Iran è caduto nella trappola mediorientale della politica estera e di sicurezza americana. Voleva «risolvere» una volta per tutte la sfida posta dalla rivoluzione islamica del 1979. E passare così alla storia.
Se tutto va bene (speriamo!), il risultato – ancora da negoziare – finirà col non essere molto diverso dall'accordo del 2015 dal quale volle uscire perché firmato Obama.
Migliorato forse, ma dopo il caos, le vittime, la distruzione, lo choc energetico ed economico provocati dalla guerra, sicuramente ne darà la colpa ad altri, possibilmente amici. Forse era quanto contava già di fare nel discorso ai corrispondenti della Casa Bianca, ormai cestinato. Provvisoriamente.





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