Negli ultimi giorni, lo spazio pubblico in Serbia e Montenegro è stato caratterizzato da un aspro scambio di dichiarazioni tra Ana Brnabić, Presidente dell'Assemblea della Repubblica di Serbia, e Boris Pejović, Vicepresidente dell'Assemblea del Montenegro.........

Negli ultimi giorni, lo spazio pubblico in Serbia e Montenegro è stato caratterizzato da un aspro scambio di dichiarazioni tra Ana Brnabić, Presidente dell'Assemblea della Repubblica di Serbia, e Boris Pejović, Vicepresidente dell'Assemblea del Montenegro. L'occasione per lo scontro verbale è stato un dibattito parlamentare a Belgrado sul percorso europeo della Serbia, in cui Brnabić, rispondendo alle critiche dell'opposizione, ha espresso una serie di valutazioni sullo stato della criminalità organizzata in Montenegro.
Brnabić ha affermato, tra le altre cose, che il Montenegro, sebbene abbia meno di 600.000 abitanti, ospita "i due clan criminali più pericolosi e forti al mondo", sostenendo che un tale fenomeno non è possibile senza un sostegno a lungo termine o la tacita approvazione delle strutture statali. Ha anche sollevato la questione della responsabilità di tale situazione, collegando la lotta alla criminalità organizzata e l'effettiva portata dello Stato di diritto.
Allo stesso tempo, ha sottolineato che la Serbia desidera l'adesione all'Unione Europea, ma "a testa alta", senza, come ha detto, un'obbedienza cieca, osservando che "non ci sono più standard" nell'UE, alludendo al diverso trattamento riservato ai paesi candidati.
Boris Pejović ha reagito a queste accuse, valutando che le dichiarazioni del Presidente del Parlamento serbo potrebbero rappresentare "costruzioni pericolose" se non si considera il contesto più ampio. Ha ricordato che i clan menzionati da Brnabić sono stati creati in un periodo in cui, come ha affermato, gli allora leader di Serbia e Montenegro avevano buoni rapporti politici e che l'attuale governo montenegrino non ha alcun legame con strutture sospettate di essere collegate alla criminalità organizzata.
Pejović ha sottolineato che, a seguito dei cambiamenti politici in Montenegro e delle numerose tragiche conseguenze dei conflitti mafiosi, le autorità giudiziarie hanno avviato una lotta più seria contro la criminalità organizzata, cosa che, a suo dire, è stata riconosciuta anche a Bruxelles attraverso i progressi sul percorso europeo. Allo stesso tempo, ha sottolineato l'aspettativa che la Serbia dimostri una maggiore disponibilità alla cooperazione, soprattutto nei casi di persone condannate o dichiarate colpevoli di reati di criminalità organizzata.
La controversia si è ulteriormente intensificata dopo che Brnabić, in risposta alle affermazioni di Pejović, ha affermato che l'attuale presidente serbo era all'opposizione al momento della nascita del cosiddetto "clan Kotto", da cui in seguito sarebbero emersi i clan in questione, utilizzando un tono ironico in riferimento ad alcuni casi giudiziari montenegrini.
È seguita una nuova dichiarazione da Podgorica, in cui Pejović ha invitato Brnabić, qualora insistesse sul rispetto dello stato di diritto, a sostenere misure concrete, come l'estradizione di individui che hanno ammesso di appartenere a gruppi criminali organizzati, e ha sottolineato la necessità di ridurre le discussioni pubbliche e di adottare azioni più concrete.
Sebbene entrambe le parti sottolineino nelle loro dichiarazioni il loro impegno per lo stato di diritto e l'integrazione europea, lo scambio di dichiarazioni tra i leader dei due parlamenti dimostra che il dialogo politico tra i due parlamenti, almeno in questo caso, si svolge più attraverso i media che attraverso i canali istituzionali e diplomatici. Invece di placare le tensioni, la polemica pubblica ha ulteriormente messo in luce diverse interpretazioni del passato e delle responsabilità, lasciando l'impressione di una "guerra di dichiarazioni" tra i due parlamenti.
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